Ci unisce un interesse comune; è un unico mondo, un’unica vita.

Virginia Woolf

 

foto di Dino Ignani

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diritti delle donne

 

Infibulazione, clitoridectomia, lapidazione, tratta e prostituzione, violenza fisica, violenza sessuale…sono solo alcuni dei soprusi che milioni di donne sono costrette a subire ogni giorno nel mondo.

Quando si parla di rivendicazione dei diritti delle donne è importante il contesto di riferimento per capire qual è il punto di partenza. Ma il punto di arrivo dovrebbe essere ovunque lo stesso.

All’insaputa dei più, convinti che questi siano problemi che riguardano popolazioni a noi estranee, anche in Italia vengono attuati alcuni di questi crimini.

E anche se nel nostro Paese questi reati sono illegali, al di là di quello che dice la legge esiste una realtà chiusa tra le quattro mura di casa che sfugge al controllo della giustizia.

Infatti, proprio in Italia, più dell’ottanta per cento delle violenze fisiche e sessuali sulle donne vengono consumate proprio in famiglia, da mariti, padri, fratelli, zii, uomini che dovrebbero amare e rispettare le loro donne.

Ciò che porta molti uomini a sentirsi autorizzati ad abusare delle donne e delle bambine della famiglia è un senso di possesso e superiorità che ancora oggi discrimina la donna facendola apparire ai loro occhi come un essere inferiore e quindi prevaricabile in ogni modo.

La comprensione dei meccanismi che sono alla radice delle discriminazioni e delle violenze subite dalle donne ci aiuta a comprendere e smascherare anche quelli che governano le altre forme di autoritarismo e sopraffazione: verso i poveri, verso gli animali, verso chi ha una cultura o il colore della pelle differente dal nostro, verso chi professa altre confessioni religiose o idee politiche, verso chi ha un diverso orientamento sessuale.

Il pregiudizio secondo cui le donne sarebbero “naturalmente” deboli e poco intelligenti, quindi perennemente bisognose della tutela di un maschio che decida della loro vita (e in molti casi anche della loro morte) è ancora oggi alla radice di uno stato di cose che vede in varia misura oppressa metà dell’umanità. E analoghe giustificazioni “scientifiche” sono e sono state, come la storia ci insegna, alla base di tutti i sistemi autoritari.

L’uomo ha sempre usato la forza fisica per dominare la donna: spaventato dal confronto con questa creatura dall’aspetto diverso, detentrice del miracolo della vita, l’ha relegata ai ruoli più facilmente gestibili, chiudendola in cucina accanto ai fornelli, privandola della possibilità di accrescere la propria cultura, trasformando il dono della maternità in un vincolo che attribuiva alla donna il compito di fare e crescere figli e prendersi cura della famiglia come unico obiettivo di vita. Coloro che hanno provato a sfuggire a questo controllo sono state tacciate di stregoneria e bruciate sul rogo a migliaia.

Sono passati anni, secoli. Per la Costituzione Italiana la donna è uguale all’uomo. Ma è latente il senso di superiorità che ancora molti uomini provano ed esercitano.

Il ruolo che ci è stato imposto in alcuni casi è talmente radicato nella nostra società, che perfino le persone più moderne non si accorgono del fatto che spesso, nella quotidianità, la discriminazione è travestita da tradizione: tutte le volte che si dà per scontato che debba essere la donna a cucinare o a prendersi cura della casa e della famiglia, tutte le volte che un uomo viene assunto al posto di una donna, anche se meno qualificato, tutte le volte che la carriera di una donna viene sacrificata per quella del proprio uomo, tutte le volte in cui il valore o le capacità di una donna vengono sminuite per il fatto di essere donna, tutte le volte che a una donna viene negata la libertà di vivere la propria sessualità al pari di un uomo, tutte le volte in cui alla donna viene imposto un modello che la oggettivizza sessualmente, tutte le volte in cui il valore o le capacità di una donna vengono esaltate per il fatto di essere donna. Tutte le volte che essere donna costituisce un fattore discriminante che giustifica la violazione dei suoi diritti.

La discriminazione legata al genere di appartenenza è talmente parte integrante del nostro vivere quotidiano, che spesso sono le stesse donne ad attribuire alle loro compagne i ruoli imposti dalla società e a mal giudicare la deviazione da questi comportamenti, a costringerle a subire e a sopportare le ingiustizie subite, giustificando e rendendosi complici di comportamenti maschilisti. A tal punto il maschilismo permea la nostra società, che spesso sono le stesse donne ad assumere volontariamente ruoli subalterni o a farsi interpreti di una “cultura” che concede loro al massimo la possibilità di una falsa emancipazione: l’imitazione degli aspetti peggiori della mascolinità.

In una società dominata dalla boria maschile, l’emancipazione della donna può essere operata solo con una crescita culturale dello stesso uomo, affinché la donna non debba più sfuggire al proprio oppressore, ma possa vivere in armonia, nella parità di diritti e doveri.

Alcuni uomini e donne questo lo hanno già capito e contribuiscono a disincentivare comportamenti violenti o prevaricatori, vivendo nel reciproco rispetto ed educando i propri figli e le proprie figlie secondo questo principio.

 

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